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giovedì, 26 marzo 2009

Il fantasy a colori

Sto provando a scrivere un fantasy, ma ho un piccolo problema: non mi piacciono i fantasy! O meglio, mi piace l'idea che sta dietro, mi piacciono i mondi immaginari, i personaggi leggendari, le storie colme di elementi immaginifici.
Cosa non mi piace? Non mi piace come i fantasy vengono scritti. Io sono un appassionato di Tolkien, che fantasy non è ma che del fantasy è padre. Da Tolkien ad oggi in molti si sono cimentati nell'inventare storie di orchi, elfi, nani ed eroi, ma alla fin fine è sempre la stessa storia.
E' da tanto che cerco di capire cosa mi renda così... detestabili... i libri fantasy, e forse sono giunto ad una conclusione: i colori. Prendiamo i due opposti: Tolkien e Brooks. Immaginiamo che siano due illustratori e guardiamo i loro disegni. Bene, Tolkien ha disegnato degli alberi a matita, abbozzandone i colori con un lieve pastello, Brooks ha disegnato un drago e l'ha colorato con dei pennarelli, alle volte uscendo dai contorni. Ed inoltre ora come ora abbiamo tantissimi autori fantasy che "colorano con photoshop". Non c'è niente di male, ma mi fanno vedere troppi dettagli, esagerano. Se leggo un fantasy mi aspetto che la mia immaginazione sia stuzzicata, che un personaggio sia misterioso, che un luogo sia evocativo e che io possa spaziare e divertirmi a riempire gli spazi vuoti del racconto. Non voglio essere frainteso: Tolkien mette nelle sue storie tantissime descrizioni ed altrettanti dettagli, la differenza è, come ho detto prima, che non li carica di colore e mi lascia spazio.
Sinceramente, quale cartone animato è più evocativo (a prescindere dalla storia): Robin Hood o Madagascar?

 Come mai ora che ogni singolo cartone animato è fatto in computer graphic, Miyazaki stupisce tutti per la bellezza di Ponyo? Secondo me il segreto sta nell'eleganza. Quale personaggio in tre dimensioni ha la profondità del Cantagallo? Quale cartone animato di ora è più visionario di Alice nel paese delle meraviglie?
Non sono un tradizionalista, mi piacciono i videogame dalla grafica ultra realistica, mi piacciono i nuovi stili di disegno nei fumetti e così via.
Ma se uno scrittore fantasy si lascia andare ad usare colori sgargianti nella sua storia, ne sono disturbato.
Ecco quello che mi prometto di non fare nel provare a scrivere un fantasy:

-Niente effetti speciali, niente esagerate formule magiche che lanciano incantesimi coreografici. E' un fantasy, non dragonball!
-Niente nomi altisonanti.
-Niente città o luoghi improbabili. Credo che lo stupore sia dato dalla verosimiglianza, il troppo stroppia.
-Niente confraternite, associazioni, gilde, società segrete.
-Niente personaggio predestinato.
-Niente protagonista prima povero e sfigato e poi grande guerriero.
-Niente armi alla Conan il barbaro (il film, non il libro).
-Niente combattimenti da film.
-Niente maxiguerra contro il Nemico Numero Uno.
-Niente Nemico Numero Uno.
-Niente servi del Nemico Numero Uno.
-Niente compagnia eterogenea (nano, elfo, stregone, razza inventata e due umani). Funziona benissimo in Tolkien, ma basta.
-Niente cavalieri dei draghi.
-Niente profezia.

Per ora mi viene in mente questo. Sono gli elementi dei nuovi fantasy che più detesto. Quando leggo un fantasy ho sempre la sensazione che prima o poi il protagonista lanci i dadi per il tiro salvezza.

Insomma, voglio scrivere un fantasy... a pastello. Non come Tolkien eh! Per rimanere in tema pittorico, Il Signore degli Anelli è un bellissimo affresco, il fantasy moderno è un murales in metropolitana e io sarei contento se riuscissi a fare un bel disegnino ornamentale sulla parete!

Mi piacerebbe tornare al fiabesco, al leggendario e lasciarmi alle spalle il fantasy.
- Elderion così ha scritto -io me medesimo, coltivare cultura, storie di carta
- in data 21:59 -
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domenica, 08 marzo 2009

Il libro tra crisi e digitale

Leggendo il Domenicale del Sole 24 Ore ho avuto la sensazione che il pessimismo riguardo questa crisi stia dilagando anche nel mondo dei libri e dell'editoria.
Sinceramente, per la prima volta mi sento toccato, seppur indirettamente, da questa "paura" generale.
La vendita di libri è calata del 10% rispetto all'anno scorso. 10%, è tanto, forse troppo, soprattutto se si pensa a quanto sia lenta la macchina dell'editoria. Un libro nasce nella mente dell'autore, poi lentamente prende forma sulle pagine scritte ed infine, ancora più lentamente, viene editato e pubblicato. Il problema è che quel 10% in meno è un peso che grava sugli editori, che smettono di scommettere sulle novità.
E fanno bene, se un autore come Grisham ha visto il suo nuovo libro vendere il 30% in meno del precedente.
Io, perfetto sconosciuto, vorrei tanto sognare di pubblicare qualcosa. Già prima ero disilluso, ma ora le possibilità precipitano vertiginosamente, e non del 10%, e neanche di un Grishamico 30%: per me le possibilità calano del... 95%! E proprio ora che ho un'idea che mi soddisfa ed un soggetto che non si sta bloccando dopo la seconda pagina.

La risposta tutta americana a questa crisi del libro è, come sempre, il digitale. Google sta scannerizzando tutto lo scannerizzabile. Ha già 7 milioni di titoli e ha stanziato 125 milioni di dollari per pagare i diritti di TUTTI I LIBRI MAI PUBBLICATI. E credo sia solo l'inizio, perchè 125 milioni mi paiono "pochi". Fatto sta che, come ben nota il giornalista Stefano Salis, Google, facendo accordi con le grandi case editrici, sta obbligando le piccole ad adeguarsi. Aggiungiamo il Kindle di Amazon, nuovissimo super-lettore di ebook che riesce a farti portare in tasca ben 1.000 titoli (tra i 240.000 messi a disposizione), e abbiamo un quadro quasi completo della situazione.
Finora pensavo che il digitale non avrebbe mai preso il posto della carta stampata. Pensavo che il feticismo che un lettore incallito prova nel possedere l'oggetto libro, fatto di carta frusciante e copertine colorate, cartonate, illustrate, e chi più ne ha più ne metta, sarebbe sempre stato imperante. Ma quanti di noi si compiacciono nell'avere l'hard disk pieno di file mp3, quanti si vantano delle proprie fornitissime playlist, quanti si compiacciono della facilità con cui si preleva dalla rete qualsiasi cosa? Per non parlare del fascino che può suscitare un apparecchio come il Kindle, che con le sue funzioni aggiuntive (può leggere i giornali, scaricare le e-mail, vi si può impostare una voce che legge per te il libro, magari la voce del proprio attore preferito, o perchè no dello stesso autore) ha tutte le caratteristiche per diventare un oggetto di culto, come i cellulari o l'Ipod. Diavolo, attira anche me!
Però mi fa paura. Eh sì, perchè vi confesso che mi piacerebbe moltissimo aprire una libreria. Ho delle idee fantastiche sulla "mia libreria".
Non vorrei dover aprire un internet point, o sostituire gli scaffali con migliaia di prese usb.
- Elderion così ha scritto -io me medesimo, coltivare cultura, storie di carta
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giovedì, 20 novembre 2008

Wu Ming in Statale

Ieri erano presenti in aula 102 dell'Università Statale di Milano Wu Ming 2 e Wu Ming 4. Argomento della lezione aperta era la storiografia moderna. "L'unica alternativa per non subire una storia è raccontarne altre mille". Wu Ming ha portato avanti la tesi secondo la quale in una società in cui si è sempre più incapaci di ragionare storicamente, in cui i mezzi di comunicazione tendono ad appiattire ogni avvenimento alla sua contemporaneità, si è persa la capacità di ragionare a tutto tondo, guardando anche in dietro, al passato. Inoltre hanno spiegato l'argomento tolkieniano della mitopoietica, raccontando la storia della battaglia di Maldon per poi ribaltarla completamente esponendo l'analisi critica compiuta da Tolkien con il suo "Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm".
Infine hanno spiegato che quello che fanno loro è analizzare i luoghi bui della storia, in modo da poter inventare qualcosa che potrebbe essere avvenuto, ma di cui non abbiamo testimonianza, comparando il loro lavoro ad un esploratore che prende un sentiero (il racconto pseudostorico) che costeggia un'autostrada (la storia).

Nel dibattito seguente, la domanda più interessante è stata quella di un professore di stori moderna che ha apprezzato i loro libri, ma che si è dichiarato contrario al messaggio esposto durante questa breve conferenza, poichè è sì giusto, e anche interessante, esplorare criticamente e con fantasia la storia, ma il racconto non si può e non deve sostituirsi alla storiografia, perchè il rischio è quello di creare falsità storiche nocive, pericolose, come coloro che affermano che il genocidio degli ebrei non è mai avvenuto.

Infine, una mio dubbio: non conosco bene Wu Ming, ma da quanto ho capito sono un collettivo di scrittori che lasciano i propri libri anonimi per svincolare l'opera dall'autore. Ma allora l'essere apparsi in pubblico non vanifica il loro intento? E poi, la loro opera è mai stata davvero svincolata dal loro nome? Perchè un nome ce l'hanno, non si chiamano Moccia, non si chiamano Terry Brooks, ma si chiamano Wu Ming. Molta gente non legge i loro libri esclusivamente perchè sono belli e interessanti (che sarebbe quello che loro vorrebbero rendendosi anonimi), ma perchè un collettivo di scrittori che non appare in pubblico e sceglie di rimanere anonimo fa scalpore quasi più di uno scrittore che piazza il proprio nome a caratteri cubitali sulla copertina, fa comparsate in tv e pubblicizza il proprio libro lanciando volantini da un aereo.
O no?
- Elderion così ha scritto -coltivare cultura, storie di carta
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mercoledì, 05 novembre 2008

Addio allo scrittore

Una notizia che mi ha sconvolto.
Non ci credo che non leggerò più un suo libro nuovo.
66 anni, Michael Crichton, mi ha fatto sognare.


- Elderion così ha scritto -io me medesimo, coltivare cultura, storie di carta
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lunedì, 03 dicembre 2007

1408



Da fan di Stephen King non potevo perdermi questo film, e non sono stato deluso!

Qualche cenno "storico": 1408 è tratto da un racconto di King, campo nel quale lo scrittore da il meglio di se, a mio parere. Racconti brevi carichi di tensione e di incubi visionari, che lasciano sempre una certa inquietudine per la caratteristica (che apprezzo molto) di non spiegare... niente! Un esempio: "Il dito", racconto contenuto nella raccolta "Incubi e deliri", parla di un uomo ossessionato da un dito che esce dal lavandino del suo bagno e ne raschia la superficie. Perchè c'è il dito? Di chi è? Da dove viene? Cosa vuole? King non ce lo spiega. E così anche in 1408, storia di uno scrittore horror che passa la notte in una stanza d'albergo "infestata": non sappiamo da chi effettivamente sia abitata quella stanza, nè cosa vuole dal protagonista. Non c'è una vera soluzione dell'enigma, ma solo un modo per sfuggirvi.

Il film è ben girato. Stranamente la tensione non è affidata del tutto alla musica, come avviene spesso in questo genere di film, ma bensì alle luci. Infatti la fotografia è fenomenale, illumina, scurisce, rende il freddo e il caldo, fa vedere e non vedere. Ma neanche la musica è marginale: sottolinea ogni movimento del protagonista, è costante e poco invasiva, ma fa la differenza quando davvero serve... vedere il film per credere!

Il tutto, che già di per se è sufficiente a garantire un prodotto godibile, è supportato da una recitazione sublime di Samuel Jackson e John Cusack. Il primo compare per pochi minuti nel film, ma lascia il segno. Con poche battute ed espressioni facciali molto convincenti riesce a stendere un velo di tensione prima ancora che l'azione prenda il via. Così ci ritroviamo a temere il peggio già dai corridoi dell'albergo, e non si allenta neanche quando, aperta la porta della terribile 1408, troviamo la stanza normalissima, quasi banale. Ma Jackson ci ha detto che così non è, ed è stato così convincente che persino una tenda di lino che svolazza sullo sfondo ci fa sussultare!
Cusack è geniale. Regge da solo l'intero film, in un monologo interrotto solo da qualche dialogo all'inizio e uno alla fine. Solo compagno, il suo registratore, intimo confidente dei pensieri più oscuri. Come è possibile recitare da solo per 2 ore abbondanti? Cusack lo fa, entrando a fondo nella psicologia del suo personaggio e riversando tutte le paure e le insicurezze sul suo volto che sembra poter esprimere a comando una gamma di espressioni quasi infinita.

Un finale fasullo fa sì che lo spettatore pensi "no, non è possibile che sia tutto qui", ma è così ben architettato che un po' il dubbio ti viene, aspetti che le luci si riaccendano per poterti fiondare in macchina, tornare a casa e scrivere una recensione stroncante. Poi il film continua, le speranze si riaccendono e grazie alla regia sempre attenta ai dettagli finalmente il vero finale si palesa, esaltante e liberatorio.

Sono soddisfatto! Il miglior film dell'anno, direi!
- Elderion così ha scritto -storie su pellicola, storie di carta
- in data 16:21 -
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giovedì, 19 luglio 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

Chi di voi mi conosce è ben abituato alla mia avversione verso questa serie di libri\film. Per mero pregiudizio non ho mai letto le pagine di Harry Potter, ma ho visto tutti i film. Non è cosa a cui sono molto avvezzo, di solito leggo prima di vedere, ma a questo proprio non riesco neanche ad avvicinarmi. Sarà orticaria, o campi magnetici strani.

Fatto sta che i film li ho visti, quindi, appassionati del maghetto, accettate il mio come un giudizio fuori dal coro.

Ebbene, sento da ogni parte quanto questo film sia nefando e brutto, quanto poco di Harry Potter ci sia ecc ecc. Forse è per questo che non mi è dispiaciuto!
Mi spiego meglio. Se devo fare un confronto con gli altri quattro, mi accorgo che rispetto al primo è meno infantile, rispetto al secondo è meno campato per aria, rispetto al terzo è meno noioso e rispetto al quarto è più comprensibile.
Guardando il primo film ho avuto la stessa identica reazione di quando, quel fatidico sabato a Desio, la bibliotecaria, rispondendo alla mia richiesta di un libro che fosse minimamente paragonabile al Signore degli Anelli, mi consigliò un tomo di una manciata di pagine con in copertina un odioso bimbo occhialuto che riportava una quantità esagerata di clichè sulla magia.
Guardando il secondo ho visto un basilisco a forma di murena, un albero che è la copia dell'Old Man Willow tolkieniano, un ragno che è la copia di Shelob e che porta il nome storpiato del re Aragorn, e altre banalità simili.
Il terzo rimane il peggiore, dato che il primo tempo non si capisce niente se non sai la storia e il secondo tempo è una ripetizione del primo vista da un'altro punto di vista. Insomma, mi sono addormentato.
Il quarto è un'incongruenza di scene tagliate, personaggi che cicciano fuori dappertutto e dialoghi incomprensibili.

Questo quinto film è... normale. Si capisce, ci sono belle idee come l'Ordine della Fenice (che mi aggrada non poco) e qualche intrigo da risolvere in più. Mi riferisco alla profezia, che ha solleticato la mia immaginazione. Inoltre è dallo scorso film che ammiro l'attore che interpreta Lord Sochenonsidevedire Voldemort ("sta cercando qualcosa che non aveva l'ultima volta che l'hai incontrato" "un'arma?" "no, il naso"), Ralph Fiennes. Naturalmente Harry Potter è sempre più stupido, naturalmente sempre più inutile, naturalmente sempre più antipatico. L'attore invece è sempre più preso di sè.
Non mi è piaciuta la fotografia, che non aveva niente di speciale.
Certo, anche questo film pecca della convinzione del regista che ormai Harry Potter sia il verbo diffuso per tutto il mondo e che quindi sia impensabile che la gente non conosca la storia, quindi omette molti particolari che mi sono dovuto far spiegare dalla mia ragazza, e lascia scene inutili e personaggi inutilizzati, tipo lo sgorbio borbottante.
Colonna sonora? Mah, direi inesistente e molto poco incisiva.

E' tutto direi. Voglia di vedere il sesto non me ne ha lasciata, di leggere i libri neppure, ma almeno uscito dalla sala non ho sentito il bisogno di un film di Clive Barker per sciacquarmi la bocca... ehm, gli occhi.

Oh, già, una cosa che vorrei chiedere a voi appassionati. Ma questo Harry Potter, a settembre, come fa ad avere tutta questa voglia di tornare a scuola? E' matematico che a giugno sarà in fin di vita, per lui varcare quella soglia è una condanna!
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martedì, 29 maggio 2007

Stephen King's IT

Se qualcuno ancora pensa che Stephen King sia un mero scrittore di best sellers, o se, ancora peggio, lo liquida con un sufficiente "ma sì, scrive horror...", bene! Si legga It e poi ne riparliamo!

It è stato il primo libro che ho letto di questo autore, e da allora ho praticamente divorato tutti gli altri, avventurandomi in un vero e proprio universo, un intrico di storie, luoghi, situazioni e personaggi che si intersecano tra un romanzo e l'altro. Non sarà dunque raro ritrovare Derry, la cittadina perseguitata dal malvagio pagliaccio, nel viaggio attraverso l'America del protagonsita di qualche altra storia, e naturalmente al bordo della strada gli sembrerà per un momento di scorgere una strana figura vestita di rosso e con la faccia dipinta!
Tutte le storie hanno poi un filo conduttore, spesso solo accennato, a volte fa da sfondo, altre è centrale: la Torre Nera... ma questa, come diceva il buon Arnold in Conan, è un'altra storia...

Derry. Cittadina calma e tranquilla dove i bambini giocano, si divertono, esplorano i posti bui come i famigerati Barren, una radura piena di rovi e scarichi fognari. Una cittadina semplice, con biblioteca, cisterna idrica, scuola elementare, quartiere povero e una cava. Una cittadina dove ogni 27 anni succede qualcosa di tragico, come lo scoppio di una fabbrica o incendi dolosi da parte del KKK, o l'esplosione di una fabbrica durante una caccia al tesoro, con successiva morte di centinaia di bambini. E nel '58 7 ragazzini di 11 anni scoprono qualcosa, un mistero che si cela nelle fogne della città, un malvagio mostro dalle sembianze di pagliaccio che può assumere l'aspetto delle paure più viscerali di ogni persona. Per la prima volta, dunque, questo gruppo di amici, che si fa chiamare il Club dei Perdenti, affronta la creatura... per poi dimenticarsene.

Certo, 27 anni dopo l'incubo ritorna, e anche il Club, questa volta per lo scontro finale.

La storia si divide tra i due periodi di tempo, tramite il racconto di ogni personaggio che tornando nella città natia inizia a ricordare pezzi di storia staccati tra loro, ma collaborando e unendo ogni ricordo il puzzle si crea sotto gli occhi del lettore che attraverso le 1000 e passa pagine riesce ad addentrarsi nella storia e a farla sua.

I personaggi sembrano vivi, le parti del romanzo strettamente horror sono frammezzate da scene di vita quotidiana così magistralmente narrate che quasi si respira l'aria dell'estate del '58.

Io personalmente ho letto quasi metà libro in un viaggio dalla Liguria a Milano, alla luce soffusa della cabina di un treno che ha ritardato fino a mezzanotte... l'atmosfera giusta!

Ormai la storia è conosciuta dai più grazie al film, ma come ogni trasposizione, questo non rende la profondità delle situazioni e la caratterizzazione di ogni personaggio, non ultimo Pennywise il clown. 

- Elderion così ha scritto -storie su pellicola, storie di carta
- in data 00:05 -
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