Da fan di Stephen King non potevo perdermi questo film, e non sono stato deluso!
Qualche cenno "storico": 1408 è tratto da un racconto di King, campo nel quale lo scrittore da il meglio di se, a mio parere. Racconti brevi carichi di tensione e di incubi visionari, che lasciano sempre una certa inquietudine per la caratteristica (che apprezzo molto) di non spiegare... niente! Un esempio: "Il dito", racconto contenuto nella raccolta "Incubi e deliri", parla di un uomo ossessionato da un dito che esce dal lavandino del suo bagno e ne raschia la superficie. Perchè c'è il dito? Di chi è? Da dove viene? Cosa vuole? King non ce lo spiega. E così anche in 1408, storia di uno scrittore horror che passa la notte in una stanza d'albergo "infestata": non sappiamo da chi effettivamente sia abitata quella stanza, nè cosa vuole dal protagonista. Non c'è una vera soluzione dell'enigma, ma solo un modo per sfuggirvi.
Il film è ben girato. Stranamente la tensione non è affidata del tutto alla musica, come avviene spesso in questo genere di film, ma bensì alle luci. Infatti la fotografia è fenomenale, illumina, scurisce, rende il freddo e il caldo, fa vedere e non vedere. Ma neanche la musica è marginale: sottolinea ogni movimento del protagonista, è costante e poco invasiva, ma fa la differenza quando davvero serve... vedere il film per credere!
Il tutto, che già di per se è sufficiente a garantire un prodotto godibile, è supportato da una recitazione sublime di Samuel Jackson e John Cusack. Il primo compare per pochi minuti nel film, ma lascia il segno. Con poche battute ed espressioni facciali molto convincenti riesce a stendere un velo di tensione prima ancora che l'azione prenda il via. Così ci ritroviamo a temere il peggio già dai corridoi dell'albergo, e non si allenta neanche quando, aperta la porta della terribile 1408, troviamo la stanza normalissima, quasi banale. Ma Jackson ci ha detto che così non è, ed è stato così convincente che persino una tenda di lino che svolazza sullo sfondo ci fa sussultare!
Cusack è geniale. Regge da solo l'intero film, in un monologo interrotto solo da qualche dialogo all'inizio e uno alla fine. Solo compagno, il suo registratore, intimo confidente dei pensieri più oscuri. Come è possibile recitare da solo per 2 ore abbondanti? Cusack lo fa, entrando a fondo nella psicologia del suo personaggio e riversando tutte le paure e le insicurezze sul suo volto che sembra poter esprimere a comando una gamma di espressioni quasi infinita.
Un finale fasullo fa sì che lo spettatore pensi "no, non è possibile che sia tutto qui", ma è così ben architettato che un po' il dubbio ti viene, aspetti che le luci si riaccendano per poterti fiondare in macchina, tornare a casa e scrivere una recensione stroncante. Poi il film continua, le speranze si riaccendono e grazie alla regia sempre attenta ai dettagli finalmente il vero finale si palesa, esaltante e liberatorio.
Sono soddisfatto! Il miglior film dell'anno, direi!